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27-04-2022/16:53:00 Visitato: 359
L’Istat certifica il crollo di cultura e spettacolo in Italia

L’edizione 2021 del report Istat evidenzia il crollo della partecipazione culturale ed il calo dell’occupazione culturale, fenomeni che possono essere inquadrati nell’economia di un complessivo impoverimento della società italiana.

Qualche indicatore della crisi in atto è emerso, nei mesi scorsi, pur a fronte di un dato che permane incompleto: per esempio, i dati sul “box office” cinematografico rappresentano la cartina di tornasole di una crisi profonda del sistema culturale, con incassi che sono crollati di circa il 70 % negli ultimi due anni.

In effetti, il “dataset” della cultura italiana mostra buchi di conoscenza che sono impressionanti: al di là del lavoro certosino che effettua la Società Italiana Autori Editori (Siae) per quanto riguarda le attività dello spettacolo attraverso il suo “Annuario dello Spettacolo”, in Italia nessuno dispone di dati aggiornati e completi, ad esempio, sui teatri in funzione e sull’accesso alla loro offerta.

Per questo motivo, il report offerto dall’Istat, per quanto molto basilare ed incompleto, è l’unico dato a cui si può attingere per avere una fotografia almeno prossima all’attuale situazione.

Prendiamo quindi questi numeri con prudenza, anche perché sono basati prevalentemente su un’indagine campionaria (sebbene di ampio respiro statistico) qual è “Aspetti della vita quotidiana” (ovvero l’“Indagine multiscopo sulle famiglie”), la cui batteria di quesiti viene integrata in itinere. L’indagine è eseguita su un campione di circa 25.000 famiglie, distribuite in circa 800 Comuni italiani di diversa ampiezza demografica. La prossima rilevazione è stata avviata, e va dal marzo al maggio 2022.

A partire dal 2020, le restrizioni nell’accesso ai luoghi della cultura  hanno inciso notevolmente sulla “partecipazione culturale fuori casa” nei 12 mesi precedenti l’intervista.

Secondo le rilevazioni Istat, la “partecipazione culturale” aveva già subito un’importante riduzione tra il 2019 e il 2020, passando dal 35,1 % al 29,8 %.

Tra il 2020 e il 2021, crolla all’8,3 %.

La “partecipazione culturale fuori casa” si è ridotta ampiamente sia per gli uomini sia per le donne, ma in maniera più elevata per quest’ultime: – 22,5 punti percentuali rispetto al 2020, – 20,5 tra gli uomini. Ha spiegato Linda Laura Sabbadini, Direttrice Centrale Istat: “le donne, quindi, dopo essersi caratterizzate a partire dal 2017 per livelli di partecipazione culturale fuori casa superiori a quelli degli uomini, nel 2021 si riallineano ai maschi (donne 8,1 %; uomini 8,5 %), perdendo in questo modo il vantaggio precedentemente acquisito”.

I giovani, avendo notoriamente livelli di “partecipazione culturale” più elevati, negli anni di pandemia hanno subito le riduzioni maggiori, avvicinandosi sempre di più alle altre fasce di età.

Analizziamo gli indicatori in dettaglio:

partecipazione culturale (tout-cour):

            2019:   35,1 %                        2020:   29,8 %                        2021:   8,3 %

Cinema:

            2019:   18,1 %                        2020:   14,6 %                        2021:   1,7 %

Teatro:

            2019:   20,3 %                        2020:   15,7 %                        2021:   2,9 %

Musica:

            2019:   20,2 %                        2020:   17,0 %                        2021:   3,7 %

Musei:

            2019:   31,8 %                        2020:   27,3 %                        2021:   8,9 %

Libri:

            2019:   22,3 %                        2020:   22,9 %                        2021:   22,9 %

Quotidiani:

            2019:   25,2 %                        2020:   24,8 %                        2021:   23,2 %

 

Va precisato che il dato sulla “partecipazione culturale” è riferito a “persone di 6 anni e più che hanno svolto 2 o più attività di partecipazione culturale fuori casa nei 12 mesi precedenti l’intervista e tipo di attività svolte. Anni 2019, 2020 e 2021. Valori percentuali” (sul totale degli intervistati).

Ovviamente, queste rilevazioni statistiche sono basate su presupposti convenzionali: per spettatore cinematografico, si intende colui che è entrato in una sala “quattro volte o più l’anno”; per spettatore teatrale, chi vi è entrato “almeno 1 volta l’anno”, ed altresì dicasi per la musica (il dato riportato supra è riferito ai concerti di musica “altra” rispetto a quella “classica”).

I dati relativi alla lettura di libri ed ai quotidiani sono al di fuori del set di indicatori della “partecipazione culturale”, ovviamente, dato che si tratta di fruizione prevalentemente “domestica”, ed hanno parametri differenti: il dato è riferito, per i libri, a coloro che “hanno letto 4 o più libri nell’anno”; per i giornali, a coloro che “hanno letto quotidiani 3 o più volte a settimana”.

Questi dati del “campione” Istat dovrebbero essere opportunamente integrati – ed analizzati criticamente – con i numeri relativi al consumo effettivo, ovvero con il totale dei biglietti venduti (per i quali si attendono le elaborazioni Siae di consuntivo 2021), con la quantità di libri venduti, ed altresì dicasi per il consumo di musica (non soltanto “live” – i concerti – ovviamente, ma anche “registrata”), per i giornali e i periodici.

Non possono poi  essere ignorati i consumi di audiovisivo attraverso gli apparecchi televisivi e altri “device”, sia rispetto ai “broadcaster” sia rispetto alle “piattaforme”: tutta un’area del sistema culturale che Istat continua ad ignorare. Così come quella dei videogiochi.

Con tutta la prudenza (metodologica) del caso, lo scenario che si presenta agli occhi dei rilevatori dell’Istat è semplicemente disastroso.

 

Se la “partecipazione culturale” è scesa nel 2021 al livello dell’8,3 % (rispetto al 35,1 % del 2019 ed al 29,8 % del 2020), l’analisi dei dati su base territoriale è sconcertante, le disparità sono assolutamente evidenti: la Regione che ha il record positivo è il Lazio, con il 12,3 % (ovvero più della metà oltre la media nazionale); la Regione che ha il record negativo è la Calabria, con il 3,6 %

Un altro divario segnalato dall’Istat riguarda la spesa dei Comuni in cultura. Se la media nazionale è nell’ordine di 20 euro “pro capite”, si passa dai 26 euro a cittadino al Nord ai 9 euro a testa nel Sud, in un rapporto di quasi 3 ad 1.

Questi dati sul divario territoriale dovrebbero provocare riflessioni profonde nella politica culturale nazionale.

A tutto questo, consegue che l’’impatto delle restrizioni di due anni di pandemia sull’occupazione culturale e creativa è forte ed evidente.

Nel 2020, il numero di occupati ha avuto una caduta del – 8,0 %, pari in termini assoluti, a una perdita netta di circa 66mila unità rispetto al 2019.

Il trend negativo si inverte nel 2021, in linea con la lieve ripresa dell’occupazione complessiva.

Il saldo alla fine del biennio è di – 55 migliaia di occupati, con una perdita relativa del – 6,7 %, più che doppia rispetto alla contrazione dell’occupazione generale (è stata del 2,4 %).

Impressiona osservare come il settore culturale registri un calo superiore al doppio rispetto alla diminuzione dell’occupazione nel suo complesso: si confermano quelle caratteristiche strutturali, in Italia, del “lavoro culturale”, che è spesso precario, instabile, intermittente.

Dai dati forniti dall’Istituto, si ha anche conferma dei bassi investimenti in ricerca e sviluppo (R&S): nel 2020, resta ampia e inalterata la distanza tra il nostro Paese e la media europea. Sia in termini di incidenza degli investimenti in prodotti della proprietà intellettuale (cosiddetti “ppi”) sul Pil: pari rispettivamente al 3,2 % in Italia e al 5,0 % in media Ue 27. Sia in termini di incidenza della spesa

Il Presidente dell’Istat sostiene che “è tempo di cambiare strategia”, e di investire sulle politiche per il benessere dei giovani, a partire dal sistema scolastico e universitario, per poi potenziare anche le reti territoriali per la cultura, lo sport e il tempo libero. È necessario comprendere che “le politiche per il benessere dei giovani sono politiche per il benessere del Paese intero”, e che non servono misure transitorie, ma “ricostruire le basi strutturali di questo benessere”.

Le prospettive future non sono certo ottimiste, se si avverrà quel che ha previsto il Ministro dello Sviluppo Economico Giancarlo Giorgetti, presente alla presentazione: “nel rapporto Bes del prossimo anno, temo che la situazione sarà ancora più critica rispetto a quella ereditata in due anni di pandemia”. Una misura evitare il peggioramento? “Questo è il momento in cui la politica economica si deve occupare dell’offerta, per decenni si è concentrata sul sostenere la domanda, ma oggi, al contrario, ci troviamo di fronte a una nuova sfida: come riorganizzare l’offerta rispetto a una domanda che muta in continuazione. Gli indicatori Bes presentati oggi confermano che siamo di fronte a un contesto straordinario, che impone scelte coraggiose e cambi di paradigma nella strategia di politica industriale e nella strumentazione per rispondere agli shock che si vanno ripetendo con una velocità eccezionale in termini sempre più evidenti”.

Nel settore culturale, allora, leggendo i dati ed analizzazdone i commenti, sembrerebbe che in Italia la mano pubblica si sia concentrata troppo nell’offerta (di “opere”), trascurando la stimolazione della domanda (e lo sviluppo dei “luoghi della cultura”). Si pensi alla quantità impressionante di lungometraggi cinematografici prodotti ormai in Italia, a fronte di un consumo “theatrical” modesto e con gran parte di questi titoli che non vengono trasmessi dalle televisioni né offerti dalle piattaforme. Il sistema offerta e domanda in un settore ha modo di reggere ed anche di implementarsi se entrambi viaggiano alla stessa velocità. Senza dimenticare che la domanda è il sostegno necessario per dare giusta sicurezza e vitalità anche al mondo del lavoro e dei lavoratori che in esso svolgono la propria attività.

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